Essere Counselor accanto al carcere di Bollate

L’ambiente nel quale siamo counselor, oggi, è il Carcere di Bollate, con tutte le complessità che un carcere rappresenta, e la nostra associazione si chiama Pykinà (parola greca che significa luogo denso di alberi, ma che noi abbiamo deciso possa rappresentare il luogo e il tempo del counseling come luogo denso di emozioni, pensieri e possibilità).

Protagonisti di questa storia di incontro siamo noi, counselor diplomate al Centro Berne nel settembre del 2020 e i clienti soci di bee4 Altre Menti, cooperativa sociale che all’interno del carcere di Bollate ha creato un call center e alcuni laboratori che offrono lavoro a circa 150 detenuti. 

Nel dicembre del 2019 è nato il forte desiderio di portare il counseling in un contesto così estremo, come quello penitenziario.

È stato possibile grazie alla preziosa collaborazione con Marco Girardello, HR Manager della Cooperativa bee4 Altre Menti. 

Sono i primi mesi dell’anno 2020 il tempo in cui questa idea assume le vesti di una progettualità viva, dinamica e piena di energia, ma quel 2020 è iniziato con una restrizione che ci ha invasi tutti e che ha messo noi dentro le nostre case e ha lasciato loro la, dentro le loro stanze, chiamiamole pure celle. 

In prima istanza, quindi, abbiamo vissuto un tempo di attesa che abbiamo dedicato allo studio, all’approfondimento e alla preparazione. Il nostro punto di partenza è stato il video TEDX di Cosima Buccoliero (oggi direttrice del Carcere minorile Beccaria di Milano ma ex direttrice del penitenziario di Bollate): la voce di una donna che vicino a termini come “sbarre, barriere, privazioni, limitazioni, reato, fallimento, errore, omicidio, pedofilia” vi ha affiancato quelli di “opportunità, seconda possibilità, crescita, esperienza formativa e professionale”.

Prima di entrare come counselor nel carcere di Bollate siamo state counselor accanto alla casa di reclusione ed elaborato una relazione finale, a chiusura del nostro triennio alla Scuola di Formazione in Counseling presso il Centro Berne, proprio con lo scopo di lavorare su di noi, prima di andare a prestare aiuto a chi vive e abita quegli spazi.

Abbiamo deciso di lavorare sul tema dell’autonomia, ispirate anche dal modello proposto da Cosima Buccoliero: le persone vanno accompagnate all’esterno verso la loro seconda opportunità e affinché tale accompagnamento possa essere educativo e ricco di fioriture, non può che partire e avvenire da dentro, al fine di raggiungere la piena autonomia e a tal proposito il counseling offre la possibilità di scoprire ed esplorare la strada per la propria autonomia che, come scrive Eric Berne, “si conquista quando si liberano o si recuperano tre capacità: consapevolezza, spontaneità e intimità.”

E proprio su questo tema abbiamo deciso centrare il nostro essere counselor per le persone della Cooperativa bee4 Altre Menti: ciascuna di noi ha approfondito una delle tre capacità, ne ha analizzato e ipotizzato le modalità grazie le quali il counseling avrebbe potuto portare un valore anche per le persone che abitano in un luogo così estremo, a beneficio del loro qui ed ora, del loro benessere. 

Nel gennaio 2021 abbiamo iniziato a incontrare le persone della cooperativa bee4, in primis per mezzo di video-colloqui: così abbiamo conosciuto i lavoratori della sezione maschile, incontrando uomini attivi nel call center della cooperativa. Successivamente, appena la pandemia l’ha concesso, li abbiamo incontrati di persona e visti i primi benefici raccolti, il lavoro è proseguito con ulteriori percorsi, sempre su base volontaria. 

Il giorno che abbiamo fatto la presentazione ai soci detenuti avevamo un programma e delle slide, grazie alle quali ciascuna di noi avrebbe trattato una delle sfumature che volevamo condividere, per promuovere una cultura del counseling. Ma quante sfumature c’erano, in quel momento, davanti a noi? Ma soprattutto, di chi erano quelle sfumature? In un articolo, Monica scrive di “quei dettagli sostanziosi di storie che avevano bisogno di essere ascoltate, di vite che sentivano forse il desiderio di tessere relazioni, di occhi che cercavano altri occhi e di abbracci forti che (nonostante il periodo) fremevano di essere dati e di incontrare, quindi, altre braccia, aperte e calde. Di tutto questo, però, poteva esserci anche l’esatto contrario.” E continua Monica, scrivendo, “ma mentre eravamo la, quel primo giorno in teatro, oltre ad aver parlato del counseling avevamo parlato, in particolar modo, di quanto ciò che ci accumuna, noi e loro, sia essenziale: siamo persone umane, diversi come persone ma umani. Ed eravamo tutti lì, assieme, proprio come gli alberi di un bosco che contengono un sacco di specie ma che solo tutti insieme potevano dar vita a un bosco: un luogo pieno di parole, pensieri, emozioni, azioni e comportamenti.”

Proprio incrociando i loro occhi abbiamo colto la potenza di Pykinà: è il nome della nostra realtà ed è anche grazie a loro se abbiamo deciso di dare una forma identitaria a ciò che stavamo facendo per raccontare non solo la nostra esperienza di counselor in un ambiente carcerario ma, soprattutto, per diffondere il valore che il counseling ha, attraverso le loro esperienze e le loro parole.

Gli incontri si sono susseguiti con un ritmo gentile e fruttuoso: gli appuntamenti erano attesi, i temi toccati intensi, gravi e anche dolorosi, alcuni con il sapore amaro della perdita, altri con il retrogusto dell’abbandono o con la malinconia dell’assenza, altri ancora con lo sguardo vuoto, silenzioso.

Nei percorsi individuali abbiamo incontrato ciascuna persona dalle 8 alle, massimo, 10 volte, ogni colloquio durava 60 minuti e l’intervallo di tempo era di circa 15 giorni tra un appuntamento all’altro.

Nell’ottobre 2021 abbiamo proposto un percorso di group counseling per quelli che si sono definiti (loro stessi!) “ripetenti”: gli incontri sono stati progettati su un arco temporale di 6 mesi, con un incontro mensile di circa 3 ore. Questa esperienza è stata molto forte e densa perché ciascun partecipante partiva da un livello di conoscenza nuovo e l’apporto che ha dato al gruppo è stato potente.

La sessione di group counseling ha preso vita e viaggiato su questo manifesto, che è stato creato proprio insieme a loro:

“Il Manifesto del Bosco dei 7 Alberi”:

  1. Crediamo che questo gruppo di counseling sia un luogo fecondo, quindi lasceremo fluire le nostre emozioni
  2. Crediamo nel rispetto e nella libertà, quindi faremo tante domande senza interpretazioni e giudizi
  3. Crediamo nella Persona e nel suo valore, quindi ascolteremo senza interruzioni
  4. Crediamo che questo sia un percorso di crescita, quindi ci daremo anche tempo per risposare
  5. Crediamo che siamo fatti anche di tempo, quindi non ci daremo dei tempi
  6. Crediamo nella riservatezza, quindi terremmo per noi quello che raccontiamo qui
  7. Crediamo che il counseling sia nel “qui ed ora”, quindi ogni volta decideremo quale stimolo darci

C’è un filo conduttore dei diversi incontri: la leggerezza e la spontaneità con cui ci siamo lasciati, l’hanno detto anche le persone beneficiarie dei diversi percorsi, nei feedback che abbiamo chiesto e che generosamente ci hanno restituito: uno di loro ha scritto “leggerezza e tranquillità, pur avendo toccato temi importanti e a volte dolorosi, sono sempre stato a mio agio, “mentre” e “dopo”. Mi sono aperto a nuove possibilità, rivalutando il valore di alcune relazioni che davo per perse.”

Ancora, qualcun altro scrive di “sguardo fiducioso verso il domani”, rispondendo a quale beneficio il percorso di counseling gli avesse dato nel cambio di approccio nell’affrontare le situazioni problematiche, per “progettare il futuro con occhi consapevoli”.

E infine, una terza persona dice che il counseling gli ha permesso di “confrontarmi con la realtà, tirare fuori le cose positive in me per superare i momenti scuri”.

Nel maggio 2022 Pykinà ha iniziato anche nella sezione femminile, con un percorso di gruppo. Delle donne ne parla in modo particolare Daniela, in un suo articolo, la quale scrive che “ogni volta che entro a Bollate (nel carcere più all’avanguardia d’Italia, un “paese” di 1400 abitanti e più abitanti, un insieme di vite accumunate dal reato – da scontare o da sorvegliare) mi domando dove siano le donne. Io, donna, mi chiedo dove siano le donne.” E continua descrivendo quello spazio come “un mondo piccolissimo e a parte”, nel quale siamo entrate grazie “il prezioso supporto qui ci è stato dato da Luisa Della Morte della cooperativa Oltrelemura e da Marco Girardello.”

Chi sono queste donne? Daniela ci parla di “un gruppo di donne ferite. Di donne che per strada quasi certamente evitiamo. Di donne che se son lì hanno avuto qualche tema giudiziario, certo, ma che attraverso il lavoro danno un senso e una speranza ai loro giorni di detenzione.” 

Il lavoro: ancora di salvezza per il presente e base progettuale per il loro tempo futuro. Il lavoro come sostanza del loro tempo, “un tempo fatto di ricordi, per alcuni legato alla speranza e all’attesa, per altri un tempo legato a progetti lontani, oggi distanti. Un tempo fatto di relazioni che “aspettano fuori” o di relazioni da ripescare, una volta fuori” scrive Monica.

Oggi Pykinà sta vivendo il tempo dell’espansione: con tanta gioia abbiamo accolto dei colleghi in formazione presso il Centro Berne, per poter donare anche a loro lo spazio per fare l’esperienza del tirocinio ma anche per poter raccogliere energie nuove con le quali promuovere, sostenere e contaminare più luoghi penitenziari possibili.

In tutto ciò un riconoscente grazie alla scuola che ci ha accolte per un triennio intenso e, in particolar modo, a Dianora Casalegno che fin dall’inizio ha osservato, innaffiato e accompagnato la nascita dei primi tre alberi di Pykinà.

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